Morir d’amor? Io dico no.

Qualche mese fa ho partecipato alla tavola rotonda “Morir d’amor” organizzata dalla UILCOM nella sede di Milano.
Tema dell’incontro: “manipolazione relazionale e violenza psicologica “.

Le relatrici, di tutto rispetto, erano Cinzia Mammoliti autrice del libro “I serial Killer dell’anima”, Deborah Di Donna investigatrice privata, Paola Mencarelli psicologa e attuale consigliera di Parità Supplente della regione Lombardia e la sottoscritta.

Un quartetto di donne con professionalità ed esperienze diverse ma con a cuore un unico obiettivo: come riconoscere, difendersi e agire di fronte al fenomeno della manipolazione e aggressione psicologica.

Come coach non mi capita di lavorare con persone che presentano il tipo di problematica di cui sopra, in quanto occorre una preparazione adeguata e notevole esperienza in campo psicologico e credo anche terapeutico, per affrontare situazioni così delicate e complesse.

Il mio contributo è stato pertanto quello di dare speranza e motivare il pubblico presente facendo leva sulla consapevolezza e responsabilità del singolo individuo.

Il messaggio che ho voluto far passare e che voglio ribadire in questo articolo è che: noi siamo responsabili della nostra esistenza e della nostra vita. Sta a noi decidere se rimanere in una situazione che non ci fa evolvere, crescere e progredire oppure fare altro.

Il mezzo che ho utilizzato per comunicare il mio messaggio, mio malgrado, è stato il racconto di una mia personale esperienza.
Pur non entrando nei dettagli per rispetto della mia privacy ho deciso di parlare di un periodo della mia vita molto triste, buio, vissuto in totale solitudine e sofferenza. Ho confessato per la prima volta, e davanti ad una cinquantina  di sconosciuti che in quegli anni, il dolore era talmente ingestibile che ero arrivata a chiedere a Dio di farmi morire pur di smettere di stare così male.

Nonostante le mie continue richieste, Dio non ha mai voluto darmi ascolto. Anzi la sofferenza aumentava sempre più, nella più totale indifferenza della mia famiglia e dei miei amici che non immaginavano minimamente l’inferno che scuoteva la mia anima e le mie giornate.

Mettere in discussione le convinzioni inutili

Recentemente un amico appassionato di Storia mi ha raccontato una “versione” delle imprese di Attila che mi ha fatto riflettere ancora una volta sul modo in cui le convinzioni influiscono sulla nostra vita.

La maggior parte delle persone, io per prima, pensando ad Attila,  collega automaticamente il suo nome all'etichetta: “flagello di Dio”, perché a scuola e la storia conosciuta ci hanno insegnato che quest'uomo era uno spietato e violento conquistatore e che razziava i poveri abitanti del tardo Impero Romano.

Roberto, il mio amico, mi ha spiegato che i successi delle estese conquiste di Attila e del suo esercito di soli 25.000 uomini non risiedevano nella forza militare, ma nel consenso delle popolazioni invase.

Riassumendo brevemente, a quel tempo, l’Impero Romano era in piena decadenza e il sistema statale si dedicava esclusivamente a lotte di potere ed a spremere fiscalmente i poveri cittadini, dai quali prelevava circa il 70% del loro reddito…..

Attila invece proponeva una tassazione di circa il 25%, cosa che ha spinto la classe produttiva a sottostare agli Unni.

Il governo imperiale, oltre ad un’imposizione fiscale folle e deleteria per l’economia, si premurava solo di mantenere le rendite e i privilegi dei nobili e del clero, i quali erano esenti da qualsiasi tipo di tassazione….

Pertanto, la definizione di Attila come personaggio negativo è il frutto di scrittori o letterati che appartenevano alla nobiltà e al clero, per i quali l’arrivo degli Unni è stato davvero un flagello…

Del resto non è il primo caso dove, chi detiene il potere scrive la storia, e le masse seguono senza porsi domande. Ho scoperto inoltre che in Ungheria, Attila è considerato una figura positiva e un padre della patria.

Prima di conoscere queste motivazioni, anch’ io ero convinta che Attila fosse una figura nera, negativa, sanguinaria e terribile ma avendo avuto accesso a nuove informazioni ho iniziato a “rivedere” la mia originaria opinione e a “rivalutare” la figura di questo personaggio storico.

Per ulteriori approfondimenti su questo argomento, Roberto mi ha suggerito di leggere i libri di Marco Della Luna (scrittore e avvocato), in uno di questi infatti parla proprio della storia sopra riportata.

Il potere delle convinzioni e la voglia di vivere

Navigando su internet alla ricerca di notizie e informazioni mi imbatto nella storia di un avvocatessa di 36 anni, sfigurata al volto con l’acido da due uomini assoldati dal suo ex.

Clicco sul link e leggo l’articolo.

Il primo impatto nell’apprendere la dinamica della vicenda è emotivamente forte per me: shock, disgusto e rabbia nei confronti degli autori del reato ma, proseguendo nella lettura, queste emozioni negative vengono trasformate. La ferma volontà della vittima di tornare a vivere nella maniera più normale possibile e tornare a sorridere, anche se ci vorranno tempo e interventi dolorosi, trasformano il mio dolore iniziale in profonda stima, ammirazione e gratitudine per l’insegnamento che questa sconosciuta sta portando nella mia vita, per l’arricchimento che mi sta donando.

Lo scopo di questo articolo è quello di far notare ancora una volta il potere delle convinzioni ed in particolare, in questo specifico caso, il coraggio, la forza e la determinazione di questa Donna riscontrabili nelle sue parole: “non mi arrenderò mai, lo sappia chi mi ha fatto tutto questo.”

La convinzione che "tutti gli uomini sono stupidi"

Lo scorso 16 giugno ho pubblicato un articolo dove ho portato un piccolo esempio di come una iniziale convinzione negativa possa essere trasformata in positiva con azione di successo, trasformando lo schema mentale iniziale.

Oggi vi parlo del contrario: di come una convinzione negativa e inconscia continui a sabotare la vita sentimentale di una donna, portandola a credere di essere sfortunata con gli uomini o peggio, di incontrare sempre uomini stupidi.

Ho incontrato questa donna, che chiamerò Lucia, in una biblioteca del milanese: quarantenne, madre single e delusa dagli uomini.

Non ricordo come abbiamo incominciato a parlare, ricordo però che ad un certo punto è entrato un bel ragazzo in biblioteca e io e lei ci siamo scambiate un’occhiata e un sorriso d’intesa. Abbiamo continuato a conversare, finché lui è uscito, così il discorso si è spostato sull’altro sesso……

Lucia inizia a raccontarmi di quanto sia sfortunata con gli uomini. Si lamenta del fatto che tutti gli uomini che ha incontrato nella sua vita, siano degli stupidi.

Mi racconta che la sera prima era uscita a cena, e a metà serata,  aveva iniziato a pensare che l’uomo seduto di fronte a lei, era uno stupido.

Le chiedo che cosa, nello specifico, le aveva fatto venire l’idea che quell’uomo fosse stupido e soprattutto come aveva fatto a capirlo così in fretta.

La risposta immediata è stata che lei lo sapeva e basta! E che comunque, tutti gli uomini con cui esce sono stupidi. Non sa darmi motivazioni oggettive e plausibili ma insiste fortemente nell’affermare che: “Era stupido come tutti gli altri”.

A questo punto decido di spostare l’attenzione di Lucia con lo scopo di farla ragionare mettendosi dal punto di vista dell’uomo.

Le chiedo se avesse considerato la possibilità che forse lui stava sembrando “stupido” perché magari si sentiva a disagio, desiderando fare del suo meglio per far colpo su di lei e vedendo di non riuscire nell’intento.
Forse era così attratto da Lucia da comportarsi in modo “stupido”, nel tentativo di nascondere nervosismo, paura, agitazione o timidezza.

Lei ci pensa per un momento valutando l’ipotesi che potevo avere in qualche modo ragione, ma la vedo poco convinta. Dentro di sé come un mantra continua a ripetersi  che: “tanto tutti gli uomini con esco sono stupidi e sono sempre sfortunata, ecc, ecc”.


Il problema

Notando che Lucia non riesce a staccarsi dalla sua idea oramai assorbita nel suo DNA mentale, le chiedo questo: “Lasciando stare tutti gli uomini con cui sei uscita, cosa pensi degli uomini in generale?”.

Ci riflette per un lungo momento, poi sorpresa della risposta che la sua mente le restituisce, spalancando gli occhi e con un filo di voce, risponde: “… penso ... che … tutti gli uomini sono stupidi”.

In quelle sette parole, tutta la sua vita sentimentale le era passata davanti agli occhi in un istante. Si siede su una sedia e rimane in silenzio.

Le chiedo se l’idea che tutti gli uomini sono stupidi è una sua convinzione e lei annuisce con la testa, guardando per terra e respirando profondamente.